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L’Arte Dannata di Goya: le Stregonerie e le Pitture Nere

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Goya, incubo folto di misteri, di feti che le streghe fanno cuocere nei loro sabba, di vecchie che si specchiano, di ragazze nude che si aggiustano le calze per tentare i demoni” – Charles Baudelaire.

Francisco Goya è uno di quei pittori che sembrano avere due anime contrapposte dentro di sé; da una parte c’è il pittore ufficiale della corte spagnola, che crea un’arte pomposa, celebrativa e rassicurante, degna di mostrare il potere al popolo. Dall’altro lato c’è invece un pittore afflitto da mille insicurezze, travolto dalle proprie angosce, in balia delle vicende politiche e sociali del suo paese e della sua gente. Eppure queste due parti riescono a convivere, almeno per un po’; poi i lutti familiari, le malattie, la vecchiaia, le guerre rendono tutto più difficile e fanno prevale il lato oscuro, quello fragile e tormentato da incubi.

Così nel 1819 el pintor compra una nuova casa, nella campagna madrilena, e la chiama in maniera evocativa la “Quinta del sordo”, perché tale era diventato ormai da qualche anno. L’anno successivo poi inizia a decorare le pareti del soggiorno e della sala da pranzo con tinte fosche e soggetti inquietanti e angoscianti, usciti dai suoi peggiori incubi e che tanto spaventano la sua ultima compagna Leocadia (che compare anche in una scena come bella popolana). Non è un caso se questi lavori, realizzati a olio direttamente sull’intonaco, sono stati ribattezzati pinturas negras, le pitture nere, dominate da colori scuri che vanno dal marrone al nero, ma cupe anche nei soggetti trattati.

Oggi è difficile capire l’effetto che dovevano avere in origine queste opere perché sono state in seguito staccate e trasportate al Prado di Madrid, ma anche osservate singolarmente e in ambienti ben più vasti di una stanza casalinga rimane inalterata la loro forza evocativa, il loro pessimismo, quasi mirassero a fagocitare tutta la speranza e la gioia attorno.

Pellegrinaggio a San Isidro, 1820-23, Madrid, Prado

Pellegrinaggio a San Isidro, 1820-23, Madrid, Prado

Poi all’improvviso, non appena termina le pitture, Goya cede la casa a un nipote, fugge dalla Spagna e si rifugia in Francia; dietro a questo gesto probabilmente la paura di ripercussioni in seguito ai capovolgimenti politici di quel periodo o forse qualcos’altro. Per tre anni comunque si dedica anima e corpo a quelle pitture maledette, che affondano le loro radici nelle credenze popolari e nelle superstizioni, fortissime in Spagna e mai scalfite nemmeno dalla razionalità dell’Illuminismo. Tra le 14 opere troviamo il Pellegrinaggio a san Isidro, un corteo formato da figure al limite del grottesco, che avanzano nella notte con le bocche spalancate e gli occhi stralunati, o il violentissimo Saturno intento a divorare uno dei suoi figli, con quell’espressione di ferocia e disperazione marchiata sul volto e quelle pennellate che sembrano disfarsi sotto i nostri occhi.

Saturno, 1820-23, Madrid, Prado

Saturno, 1820-23, Madrid, Prado

 

C’è spazio però anche per soggetti meno noti e dunque più misteriosi, come I due vecchi a tavola (interpretato talvolta anche come due vecchie che ridono), due personaggi deformati dall’età e dalla malattia, esseri inquietanti ridotti quasi a scheletri (l’uomo sulla sinistra ha il volto trasformato pressoché in teschio), ma che oltre la repellenza iniziale ci trasmettono altro, una compassione forse, un sentimento forte di malinconia per quello che è stato e che non tornerà mai più, la giovinezza, la vita stessa. Del resto Goya aveva ormai 74 anni, era malato da tempo, aveva rischiato più volte di morire, era rimasto sordo e vedeva attorno a lui una Spagna sempre più in difficoltà.

I due vecchi, 1820-23, Madrid, Prado

I due vecchi, 1820-23, Madrid, Prado

Uno spirito diverso invece anima i dipinti eseguiti qualche decennio prima per la duchessa di Osuna, che sono simili solo in apparenza alle pitture nere. Nel 1798 infatti consegnò nella residenza di campagna dei duchi un ciclo di 6 tele aventi come tema la stregoneria e il satanismo; era un argomento di gran moda all’epoca presso l’aristocrazia spagnola, che affascinava e impauriva i nobili, ma anche lo stesso Goya, che pure vi vedeva nient’altro che fantasie di creduloni e ancestrali superstizioni. Sul finire del Settecento il potere della terribile Inquisizione era molto diminuito, così come i processi alle streghe (l’ultima strega bruciata sul rogo risaliva al 1781), ma ancora resistevano delle udienze-farsa, dove gli incriminati, tra cui alcuni amici di Goya, erano costretti a subire vessazioni e torture. In quegli anni nascono opere come Il sabba o il gran caprone ed Esorcismo (entrambi a Madrid, Museo Lázaro Galdiano), dove streghe macilente offrono al diavolo dei bambini piccolissimi, mentre sulle loro teste volteggiano gufi e pipistrelli, oppure Volo di stregoni (Madrid, Prado - Immagine di Copertina), in cui tre personaggi si librano in aria e altri due a terra cercano di proteggersi dal male a cui stanno casualmente assistendo.

Il sabba o il gran caprone, 1797-98, Madrid, Museo Làzaro Galdiano

Il sabba o il gran caprone, 1797-98, Madrid, Museo Làzaro Galdiano

Esorcismo, 1797-98, Madrid, Museo Làzaro Galdiano.

Esorcismo, 1797-98, Madrid, Museo Làzaro Galdiano.

Forse però il vero testamento di Goya, l’opera che più lo rappresenta in questi ultimi gravosi anni, rimane un cagnolino, seminascosto, con lo sguardo impaurito, che assiste impotente alle diavolerie messe in atto sulle pareti della Quinta, quasi fosse un autoritratto del pittore, schiacciato da tutto ciò che lo circonda, ma ancora lì, testimone, spettatore inerme eppure protagonista al pari di parche e caproni messianici.

Il cane, 1820-23, Madrid, Prado

Il cane, 1820-23, Madrid, Prado

Milena Mengozzi
Di: Milena Mengozzi

Mi sono laureata in Storia dell’arte a Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell’arte e nella moda occidentali. Mi interessa l’arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due mie grandi passioni, per questo motivo, appena mi è possibile, cerco di combinarle tra loro.

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