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Nel magico mondo di Christian Lacroix

«Una casa è prima di tutto un rifugio, ma un rifugio che deve cambiare, crescere, modificarsi senza sosta, andare in tutte le direzioni» Christian Lacroix.

Cosa succede se un museo decide di affidare la riorganizzazione del proprio allestimento a uno stilista di fama internazionale? Per di più lasciandogli carta bianca? È quello che è successo a Parigi, in un museo forse non troppo conosciuto, ma nel cuore del vecchio Marais, un quartiere ricco di fascino, storia, magia, tradizioni (qui si trovava e ancora c’è il quartiere ebraico), un dedalo di strade in cui perdersi tra brasserie, gallerie d’arte, negozi di giovani creatori, attacchi inaspettati di street art, giardini nascosti.

Il museo Cognacq-Jay ha deciso di cambiare aspetto, almeno per qualche mese, e ha affidato al designer francese Christian Lacroix il riallestimento e la scelta delle opere da esporre. Così nelle affascinanti e raccolte sale dell’hôtel particulier, dove è riunita la collezione dei coniugi Ernest Cognacq (fondatore degli storici grands magasins La Samaritaine) e Marie-Louise Jay, ecco succedersi dipinti del Settecento francese, vedute di Venezia del Canaletto, copie di statue greche, porcellane, pastelli, ma anche fotografie, installazioni, abiti di alta moda, scarpe di Manolo Blahnik. Quello che poteva sembrare un azzardo o un salto nel vuoto, si è rivelato invece una mossa vincente, un modo per dare visibilità a una sede espositiva persa tra le mille bellezze della Ville Lumière, una maniera per ridare slancio a un luogo antico e carico di fascino. E lo stilista provenzale ha decisamente cambiato le carte in tavola, ma del resto non è certo nuovo a imprese che con la moda non hanno in apparenza molto a che vedere. Negli anni, si è cimentato con l’arredamento e il design di alberghi, treni, tram, e la creazione di costumi per numerosi spettacoli teatrali e la sua visione stessa della moda è quanto di più teatrale possa esserci, con broccati e velluti pesanti che sembrano librarsi in volo, con metri e metri di stoffe che sembrano non finire mai. Vedendo poi le sue creazioni accostate agli abiti settecenteschi, non c’è nessuno stacco netto, nessun effetto di straniamento, così come non appare strano vedere nella stessa teca delle preziosissime minaudière contemporanee e dei vasi cinesi dell’Ottocento. Dietro c’è la stessa cura dei dettagli, la stessa perizia tecnica e artigianale, perché nell’alta qualità niente è cambiato in questi secoli.

Si incomincia con un costume di scena per Adrienne Lecouvreur (2012), dove confluiscono tutte le passioni di Lacroix, dal barocco alla corrida, dal circo al fasto della monarchia, che ritroviamo anche nei suoi abiti per l’Haute Couture, qui in dialogo con le ricerche materiche di Bernand Quesniaux (Recherche de surface, 2014), quei suoi blocchetti di resina dai colori fluo, che hanno invaso le superfici specchianti del museo, in un caleidoscopio bizzarro di forme e tinte. Le ninfe di Boucher (Il riposo delle ninfe, 1745) hanno lo stesso atteggiamento frivolo e licenzioso delle modelle fotografate da Tim Walker (Frida Gustavvson as Meissen Figurine, 2011-2012), bellezze diafane, quasi irreali, bianche come la porcellana e avvolte in tessuti e fiori, con quello sguardo perso nel vuoto, ovunque e in nessuna direzione. Lacroix inoltre si è divertito a scegliere tra gli oggetti della collezione di Monsieur Cognacq quelli più adatti per essere stampati su moquette e tende, che si fondono armoniosamente con l’arredo neoclassico preesistente. Fa comunque un certo effetto vedere nella stessa stanza un elegante e raffinato abito settecentesco tutto broccati e merletti, e un dipinto di Glenn Brown (The Shallow Lud, 2011), con quel suo volto disfatto, come fosse di cera colorata che si liquefa al calore. E sempre di cera è l’opera dell’artista cinese Chen Zhen (Un village sans frontières, 2000), che ha costruito delle casette con delle candele colorate sospese su degli sgabelli volanti, instabili, effimere, destinate a scomparire con un niente. Accanto a quadretti di un vedutismo ricercato tra rovine e chiesette sperdute, troviamo la fotografia di Louise Bossut, una veduta XXI secolo di un paesaggio olandese, con tutti i cliché dell’ambiente fiammingo: il mulino, il fiume, i campi verdi. Non potevano che essere esposti nella stessa sala con le statue classicheggianti e le copie dall’antico i costumi di Lacroix per la pièce della Discesa di Orfeo negli Inferi, come fossero usciti da un fregio del Partenone coi loro drappeggi, ma con quelle spruzzate di colore che li inseriscono fuori dal loro tempo storico per proiettarli nella contemporaneità.

Un omaggio al museo, ma anche e soprattutto alla città di Parigi, di cui il museo racconta la storia, le tendenze artistiche e culturali, la moda.

Carta bianca a Christian Lacroix – Parigi, Museo Cognacq-Jay, dal 19 novembre 2014 al 19 aprile 2015

Milena Mengozzi
Di: Milena Mengozzi

Mi sono laureata in Storia dell’arte a Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell’arte e nella moda occidentali. Mi interessa l’arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due mie grandi passioni, per questo motivo, appena mi è possibile, cerco di combinarle tra loro.

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