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Visioni di una bambinaia atipica: la fotografia street di Vivian Maier

È il sogno di ogni storico dell’arte e di ogni amante del vintage: scovare in un mercatino delle pulci delle fotografie in bianco e nero vendute per pochi soldi, bellissime e capaci di catturarci in un istante. E una volta tornati a casa, scoprire che non sono opere casuali, fatte da una persona qualsiasi, ma scatti di una fotografa vera, una donna rimasta nell’ombra fino al quel momento, di cui nessuno o quasi conosce il nome, che non ha nemmeno mai pensato lei stessa di poter essere un’artista a tutti gli effetti, ma con una visione del mondo che hanno solo gli artisti con la A maiuscola, personale, originale, in anticipo sui tempi, sussurrata e silenziosa, come se fotografasse in punta di piedi e di nascosto i suoi soggetti. Questa è la vera storia di John Maloof, giornalista americano, e della sua eccezionale scoperta, l’intero corpus fotografico della franco-americana Vivian Maier. Il ritrovamento è avvenuto in realtà durante un’asta, più snob e meno poetica del rigattiere, ma lo spirito è lo stesso; in cerca di materiale iconografico su Chicago per un libro, Maloof compra in toto una cassa appartenuta a una misteriosa donna appassionata di fotografia, che ha realizzato centinaia di scatti della città del vento, per poco più di 300 dollari. Un affare. Ed è qui che incomincia la favola.
Quella donna misteriosa è Vivian Maier (1926-2009), una semplice bambinaia fino ad allora e per il mondo intero, vissuta in povertà, ma con una insaziabile voglia di viaggiare e conoscere il mondo. Nonostante le difficoltà economiche, ci riesce e vede innanzitutto la Francia, paese natale della madre; non la Francia modaiola e luccicante di Parigi o della Costa Azzurra, ma un villaggio rurale sperduto, abitato da anziani, contadini e bambini, gente semplice, ma proprio per questo estremamente affascinante ai suoi occhi. Nasce così la serie Champsaur (il villaggio materno di Saint-Julien du Champsaur), un album vivente realizzato da una persona candida, senza alcuna pretesa, che si sente alla pari con i suoi modelli. Poi inizia la peregrinazione in giro per il continente americano, durante le sue ferie da tata, immortalando le persone soprattutto nelle città e dedicandosi a quello che non sapeva nemmeno sarebbe diventato un genere artistico, la street photography. Tra i suoi soggetti preferiti ci sono ovviamente i bambini, non solo deformazione professionale, ma vero amore e curiosità nei confronti di questi esseri umani strani, ancor più negli anni cinquanta-sessanta, con quegli sguardi furbetti ma i vestiti da grandi, con quegli occhi vivi e curiosi ma la fisionomia che già anticipa la fatica del vivere di quel tempo. Se pensiamo alle bambinaie, la prima che ci viene in mente è Mary Poppins e un po’ come lei, la Maier vive in un mondo tutto suo, magico in un certo senso, ma solo per chi lo sa guardare, mentre resta invisibile alla maggior parte delle persone, troppo di fretta e indaffarate per vedere ciò che vede lei. E come la nanny inglese, anche Vivian fu amatissima dai “suoi bambini”, tanto che alcuni di loro si incaricarono di spargere le sue ceneri nei parchi giochi frequentati da piccoli insieme a lei (anche se non mancano voci contrarie che raccontano di come lei talvolta picchiasse i bimbi di cui si occupava).
Non solo ritratti però; amava scattarsi fotografie, in cui il suo sguardo è spesso schermato da specchi e vetrine di negozi, secondo una pratica antica e pittorica (primo tra tutti l’Autoritratto allo specchio di Parmigianino), che moltiplica le prospettive e i punti di vista.
Maloof si è dedicato anima e corpo alla valorizzazione di questa artista sconosciuta fino a pochissimi anni fa, tanto da arrivare a realizzare un documentario sulla sua vita e soprattutto la sua opera, che non ha niente da invidiare a quella di tanti colleghi uomini, ben più blasonati. Vale la pena recuperare quindi il film Finding Vivian Maier (2014) per scoprire tutto su questa fotografa.

Vivian Maier: ritratti e autoritratti. Versailles, Galerie de l’Ecole des Beaux-Arts – dal 3 al 23 aprile 2015

Milena Mengozzi
Di: Milena Mengozzi

Mi sono laureata in Storia dell’arte a Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell’arte e nella moda occidentali. Mi interessa l’arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due mie grandi passioni, per questo motivo, appena mi è possibile, cerco di combinarle tra loro.

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