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Arte o Artigianato? Le Arti Decorative dall’Arts&Crafts al Design

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In Copertina: William Morris e Philip Webb, Red House, Bexleyheath

Non abbiate nulla nelle vostre case che non sappiate essere utile o non crediate che sia bello” – William Morris.

Tutto quello che non è un quadro, una scultura, un edificio viene storicamente considerato un’arte minore, o addirittura nemmeno arte, ma semplice artigianato, magari di ottima fattura e con decorazioni eleganti e ricercate, ma niente di più che la prova di un artigiano e non di un artista vero e proprio. Mobili, vasi, arazzi, porcellane, vetri sono stati a lungo visti e giudicati come meri oggetti quotidiani, talvolta preziosi e bellissimi, ma sempre oggetti di casa, con una loro specifica funzione e praticità, realizzati per essere usati, o al massimo per riempire un vuoto su una mensola. È solo nel tardo Ottocento che questa mentalità cambia in modo radicale, quando coloro che fabbricano questi prodotti iniziano a progettarli come fossero opere d’arte, con disegni, schizzi preparatori, lunghi studi e ricerche sui materiali e le forme, osservazione diretta della natura o dei grandi esempi della storia dell’arte.

William Morris, Tappeto con pavoni e uccelli, 1885-1890, Londra, William Morris Gallery

William Morris, Tappeto con pavoni e uccelli, 1885-1890, Londra, William Morris Gallery

Forse il primo in grado di elevare le arti decorative al rango di arte tout court è stato l’inglese William Morris, ideatore del movimento Arts & Crafts, che rivoluzionò nella seconda metà dell’Ottocento tutto il settore delle arti applicate e dell’arredamento, ponendo le basi del futuro design. Morris aveva imparato alla perfezione tutte le tecniche artigianali, anche le più complesse, dalla tessitura dei tappeti alla lavorazione del legno, e le aveva fuse con il disegno e lo studio attento della storia dell’arte e della natura. Era lui a progettare i mobili della sua ditta, la Morris&Co., lui a realizzare le carte da parati e le tappezzerie, e quando non riusciva al meglio (come nella rappresentazione della figura umana e degli animali) chiamava uno dei tanti amici pittori, come il preraffaellita Edward Burne-Jones, o l’architetto Philip Webb. Insieme a loro infatti progettò il suo capolavoro, la Red House, la casa per lui e la sua neosposa Jane Burden, modella e amante di un altro preraffaellita, Dante Rossetti; l’abitazione viene ritenuta un perfetto esempio di architettura moderna, dove le varie parti (le stanze e l’arredamento) relazionano con il tutto (l’edificio), ogni elemento con la sua personalità, ma in armonia con il resto, a differenza del pastiche vittoriano. Gli ambienti si liberano della pesantezza e dell’accumulo che andavano per la maggiore all’epoca, guardano all’arte medievale, ma anche alla natura, ai fiori e agli animali, che ricoprono le pareti e decorano letti e credenze, in un modo nuovo e libero dalla scevra imitazione passata. In linea con le sue idee socialiste, il suo scopo ultimo era educare al bello e fare in modo che tutti potessero avere oggetti belli e di qualità in casa, a prescindere dalla classe sociale; ovviamente questo si rivelò un’utopia poiché i mobili che uscivano dalla Morris & Co. erano quanto di più lussuoso e costoso in circolazione, vista l’intera fabbricazione a mano, la ricercatezza e la cura di ogni dettaglio.

Emile Gallé, Letto alba e tramonto

Emile Gallé, Letto alba e tramonto

La stessa sorte toccò anche agli oggetti del Liberty o Art Nouveau, raffinatissimi, eleganti, ricercati, con le loro forme sinuose e le tinte splendenti, che spopolarono in tutto il mondo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Grazie a Siegfried Bing e ad Arthur Liberty (titolari dei negozi che per primi proposero al pubblico questi articoli), le creazioni di Emile Gallé, Henry Van de Velde, Louis Tiffany, un riuscito mix di influenze orientali (in primis giapponesi), elementi naturali, tecniche tradizionali, movimento ed energia, affascinarono tutti, soprattutto gli artisti, ma rimasero appannaggio di pochi.

Emile Gallé, Vaso, Parigi, Petit Palais

Emile Gallé, Vaso, Parigi, Petit Palais

È all’interno del Bauhaus, la scuola fondata da Walter Gropius nel 1919 e fatta chiudere dai nazisti nel 1933, che nasce il concetto di design in senso moderno. Arte, artigianato, tecnologia si mescolano per creare oggetti dalle forme inedite, essenziali, geometriche. Da questa scuola esce Marcel Breuer che, negli anni venti, disegna mobili dove tubi e strutture d’acciaio si legano a tessuti e legni impagliati, in una fusione unica tra antico e contemporaneo, tra lavorazioni all’avanguardia (i tubi sono piegati ma non saldati) e retaggi tradizionali (l’impagliatura delle sedie). Solo quaranta anni dopo però i suoi pezzi vengono realizzati in serie: la Poltrona Wassily, la sedia Cesca, il tavolino Laccio contribuiscono a influenzare schiere di futuri designer, ma allo stesso tempo entrano nelle case e negli uffici di migliaia di persone comuni.

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Marcel Breuer, Sedia Cesca, 1928 (1960)

Marcel Breuer, Poltrona Wassily, 1925 (1960)

Marcel Breuer, Poltrona Wassily, 1925 (1960)

Un esponente di punta del design contemporaneo, capace di operare un’altra rivoluzione nel settore delle arti applicate, è il francese Philippe Starck, che recupera il concetto di utilità dell’oggetto (caro a Morris) e lo coniuga alla bellezza, rivalutando però la produzione industriale, il solo mezzo perché chiunque possa avere oggetti d’arte di altissima qualità. Le fogge che adotta però sembrano venire dal futuro più che dal passato, dallo spazio piuttosto che dalla madre terra; ne è un perfetto esempio lo spremiagrumi Juicy Salif (1991), che assomiglia a un’astronave, o le sedie in plastica per Kartell (dal 1998), vero inno alla contemporaneità.

Philippe Starck, Juicy Salif, 1991

Philippe Starck, Juicy Salif, 1991

Milena Mengozzi
Di: Milena Mengozzi

Mi sono laureata in Storia dell’arte a Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell’arte e nella moda occidentali. Mi interessa l’arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due mie grandi passioni, per questo motivo, appena mi è possibile, cerco di combinarle tra loro.