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Il favoloso mondo di Julia Margaret Cameron

Il bacio della pace, 1869-70

In Copertina: Il bacio della pace, 1869-70

Quando ho davanti al mio apparecchio uomini del genere la mia intera anima si impegna a rendere loro giustizia, registrando fedelmente la grandezza dell’uomo interiore oltre i lineamenti dell’uomo esteriore” – Julia Margaret Cameron

Oggi viviamo in un’epoca in cui la fotografia fa parte della vita quotidiana di chiunque, grazie alla tecnologia digitale prima e all’uso massivo dei social network in anni recentissimi. Selfie è diventata una parola universalmente conosciuta, mentre ogni giorno persone di qualunque età, cultura ed estrazione sociale mandano in rete e condividono non solo ritratti personali e familiari, ma anche immagini di paesaggi, città, cibi, animali, in un album pubblico e pressoché inesauribile di rappresentazioni della realtà contemporanea. E poco importa se quasi nessuna di queste fotografie possiede un valore artistico; con i filtri di Instagram e un po’ di Photoshop tutti si sentono dei fotografi professionisti, capaci di dominare un’arte fino a due secoli fa inesistente e di enorme preparazione tecnica.

Le cose tuttavia non sono state sempre così facili e immediate nel meraviglioso mondo della fotografia; i primi che osavano avvicinarsi a questo modo nuovo di fare arte o di documentare la realtà, venivano derisi e beffeggiati, e dovevano scontrarsi con difficoltà tecniche di ogni tipo, dalle dimensioni colossali delle apparecchiature ai lunghissimi tempi di posa, agli errori che pregiudicavano intere sessioni di lavoro.

Tra i precursori della fotografia concepita come vera e propria forma d’arte ci sono stati Nadar, Lewis Carroll (il “papà” di Alice nel paese delle meraviglie) e, a farsi largo in un mondo prettamente maschile, Julia Margaret Cameron.

La Cameron (1815-1879), benestante e colta lady inglese, si avvicinò alla fotografia quasi per caso negli anni sessanta, come espediente per distrarsi dalla depressione di cui soffriva a seguito della partenza del marito e dei figli per le Indie. Nel giro di poco tempo, mise in piedi un laboratorio fatto in casa sull’isola di Wight, dove schiere di amici e familiari passavano ore massacranti fermi in pose attentamente studiate, in attesa che la magia della fotografia si compisse, mentre l’artista cercava di stabilire un legame profondo con l’effigiato, fino a renderlo speciale e unico.

Sir John Herschel, 1867

Sir John Herschel, 1867

Tra i suoi modelli c’era l’élite della società inglese: gli scienziati Sir John Herschel e Charles Darwin, la madre di Virginia Woolf, la fiabesca Alice Liddell (amatissima modella nonché musa di Lewis Carroll), ma anche tanti bambini, figli e nipoti, nonché domestici.

Fa un certo effetto guardare la fotografia Pomona (1872), che ritrae una Alice Liddell ormai matura, fiera e  consapevole di se stessa, lontana dalle immagini fanciullesche di Lewis Carroll.

Pomona (Alice Liddell), 1872

Pomona (Alice Liddell), 1872

Nella seconda metà dell’Ottocento, la fotografia si poneva ancora in piena continuità con la pittura, con cui condivideva gli intenti, i principi, i caratteri e gli effetti; si trattava solo di usare un medium differente da colori e pennelli. Per questo motivo alcuni dei lavori della Cameron sono così affini alle opere coeve dei preraffaelliti; amava vestire i suoi personaggi con costumi e costruirvi attorno scene allegoriche o mitologiche, persino religiose, in modo che gli effigiati si trasformassero in qualcun altro e abitassero mondi onirici e favolosi, senza tempo e senza sofferenza. È evidente ne Il bacio della pace (1869-70), che richiama da vicino un disegno di Dante Rossetti (Paolo e Francesca), dove i due amanti si scambiano un casto bacio, quasi rubato. La posa scelta nella fotografia è molto simile, così come il gesto, ma l’illuminazione crea un gioco di luci e ombre unico, che fa risplendere i capelli delle due giovani donne e vela di malinconia i loro sguardi.

Una delle caratteristiche peculiari della Cameron è la sfuocatura, che ricorre in tutte le sue immagini e che le aveva attirato tante critiche per inettitudine, ma che ha il merito di creare attorno alle figure un alone ovattato, quasi fossero esseri evanescenti, e di donare un’estrema morbidezza ai corpi e ai volti eterei. La Cameron amava fotografare donne, bambine, ragazze, da sole o in gruppo; a volte ci guardano dritto negli occhi, altre volte il loro sguardo è perso in un altrove che noi non possiamo conoscere, spesso tutto interiore e che sfocia nella melancolia. È così nei ritratti di Ellen Terry (1864) e di May Prinsep (1870), giovani donne dal fascino discreto e delicato, con quell’espressione pensosa e la testa reclinata verso il basso.

Ellen Terry, 1864

Ellen Terry, 1864

Ellen fu per un brevissimo periodo la moglie del pittore G.F. Watts (l’artista la lasciò dopo poco più di anno di matrimonio), ma secondo le cronache dell’epoca il suo carattere era tutt’altro che mite e arrendevole come invece ce la mostra la Cameron. Verso la fine della sua vita (tra il 1875 e il 1879), Julia Cameron ebbe anche la possibilità di scattare delle foto di tipo più documentaristico, in seguito al suo trasferimento sull’isola di Ceylon; i suoi soggetti preferiti continuano ad essere bambini e ragazzine, meno riflessivi e malinconici dei coetanei inglesi e più pragmatici, che emanano tuttavia lo stesso fascino misterioso e fiabesco di uscire da un libro di storie fantastiche.

Ragazza di Ceylon

Ragazza di Ceylon

Milena Mengozzi
Di: Milena Mengozzi

Mi sono laureata in Storia dell’arte a Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell’arte e nella moda occidentali. Mi interessa l’arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due mie grandi passioni, per questo motivo, appena mi è possibile, cerco di combinarle tra loro.