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Kimono fruscianti nella Pittura Occidentale

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Duroy si sedette e aspettò a lungo. Poi si aprì un uscio e la signora de Marelle entrò di corsa, avvolta in una vestaglia giapponese di seta rosa, con paesaggi ricamati in oro, fiori azzurri, uccelli bianchi” – Guy de Maupassant.

In Copertina: Claude Monet, La Japonaise, 1876, Boston, Museum of Fine Arts

L’abito è l’aspetto immediatamente percepibile dello stile di vita, della professione, della condizione sociale di una persona, oggi come ieri. È così in Occidente, ma lo stesso si può dire per il mondo orientale, dove nei secoli passati era addirittura proibito portare certi colori o determinate decorazioni se non si apparteneva a una classe elevata. Il Kimono Giapponese però non è soltanto un abito, ma è anche un simbolo; non è solo un prodotto di altissimo artigianato, è anche un’opera d’arte, dove niente è lasciato al caso, ma tutto è studiato nei minimi dettagli per creare un effetto finale stupefacente.

Quando in Europa arrivarono i primi kimono, nella seconda metà dell’Ottocento, dovevano sembrare davvero bizzarri agli occhi di un occidentale; questa sensazione in realtà resta tutt’oggi non appena si vede un kimono per la prima volta. Nel momento in cui viene esposto in un museo, con quella sua forma rettangolare e geometrica, è pressoché impossibile capire quale forma potrà assumere una volta indossato; a differenza dei vestiti occidentali infatti non possiede una forma intrinseca, ma si modella attorno al corpo della persona. Proprio per questo all’inizio quasi nessuno capì la sua reale essenza, la sua natura costrittiva e le ragioni profonde che si celavano dietro la scelta di particolari ornamenti e colori; era un abito elegante, prezioso, morbido, confortevole, adatto alle signore dell’alta società europea, che lo adottavano come veste da camera o nelle feste, ma anche alle donne più progressiste, desiderose di liberarsi dal giogo di corsetti e crinoline ingombranti.

Kimono in realtà è un nome generico per indicare l’abbigliamento: ne esistono decine di tipologie, ognuna con la sua specifica funzione, la sua stagionalità e le sue regole. C’è il Kosode (kimono a piccole maniche), il Furisode (kimono a maniche fluttuanti), l’Uchikake (soprabito invernale), il Katabira (kimono estivo) e tanti altri. Sui kimono si trovavano fiori, animali, addirittura interi paesaggi, ventagli, ideogrammi, gli stessi motivi che si potevano vedere nelle stampe ukiyo-e, ma più vivi e guizzanti, impressi o ricamati su sete fruscianti e preziose. Non c’è da stupirsi se i colori sgargianti, le decorazioni preziose e minuziose, il mistero e la sensualità proprie del kimono furono in grado di affascinare in maniera considerevole e duratura i pittori tra Ottocento e Novecento. Quasi tutti si cimentarono almeno una volta con la rappresentazione di una donna in costume giapponese, vuoi per autentica passione, oppure per totale adesione agli ideali estetici dell’Estremo Oriente o più semplicemente per moda, sia che fossero pittori innovativi (come gli impressionisti e i postimpressionisti) o al contrario i seri e austeri pittori accademici.

Furisode con glicini, corso d'acqua e iris, Sakura, National Museum of Japanese History

Furisode con glicini, corso d’acqua e iris, Sakura, National Museum of Japanese History

Kosode con vedute di Kyoto, XVII-XVIII secolo, Sakura, National Museum of Japanese History

Kosode con vedute di Kyoto, XVII-XVIII secolo, Sakura, National Museum of Japanese History

Gli americani James McNeill Whistler e William Merritt Chase realizzarono numerosi dipinti con donne in abiti giapponesi, utilizzando talvolta la raffinatissima tecnica del pastello. Whistler creò il suo capolavoro “giapponese” con la Stanza dei Pavoni (1876-77, Washington, Freer Gallery of Art) per la casa londinese del collezionista Frederick Leyland, una sala da pranzo dove arte e architettura si fondevano e al centro della quale dominava la Princesse du pays de la porcelaine (1864, Freer Gallery), una dama dall’aria malinconica avvolta nelle atmosfere orientali, vestita di due kimono dai colori sontuosi. Chase dal canto suo fu un vero maestro nell’uso del pastello, grazie al quale riusciva a ottenere effetti di luce e setosità incredibili; lo si vede in Peonie (1897-1903, Indianapolis, Lilly Endowment) e ancora di più in Study of Flesh Colour and Gold (1888, Washington, National Gallery of Art), dove una modella dalla pelle di porcellana tiene drappeggiato sui fianchi un kimono verde lime, mettendo in mostra la schiena e la nuca, considerati punti di forte erotismo in Giappone. Anche i pittori francesi furono travolti dall’ondata di giapponismo che si scatenò in seguito alle Esposizioni Universali di Londra 1862 e Parigi 1867.

James Whistler, La Stanza dei Pavoni, 1876-77, Washington, Freer Gallery of Art

James Whistler, La Stanza dei Pavoni, 1876-77, Washington, Freer Gallery of Art

James Whistler, La principessa del paese della porcellana, 1864, Washington, Freer Gallery of Art

James Whistler, La principessa del paese della porcellana, 1864, Washington, Freer Gallery of Art

William Merritt Chase, Study of Flesh Colour and Gold, 1888, Washington, National Gallery of Art

William Merritt Chase, Peonie, 1897-1903, Indianapolis, Lily Endowment

William Merritt Chase, Study of Flesh Colour and Gold, 1888, Washington, National Gallery of Art

William Merritt Chase, Study of Flesh Colour and Gold, 1888, Washington, National Gallery of Art

Claude Monet compì una vera rivoluzione nella sua pittura dopo aver visto le opere giapponesi e ritrasse la moglie Camille in un preziosissimo uchikake scarlatto decorato d’oro con un samurai che sembra voler uscire dalla superficie tessile (La Japonaise, 1876, Boston, Museum of Fine Arts – nell’Immagine di Copertina). Un personaggio stravagante e attento alle novità come Toulouse-Lautrec non poteva non essere attratto dal Giappone e infatti amava travestirsi da attore kabuki (il teatro tradizionale nipponico) e circondarsi di oggetti orientali, arrivando poi a sovvertire la grafica occidentale, in particolare nelle affiches pubblicitarie, con ardite composizioni e inquadrature.

Toulouse-Lautrec in abiti giapponesi, 1892, Parigi, Bilbioteca Nazionale di Francia

Toulouse-Lautrec in abiti giapponesi, 1892, Parigi, Bilbioteca Nazionale di Francia

Il fascino per gli abiti giapponesi e la sensualità che emanano continua anche ai giorni nostri in un pittore come Aaron Allen Westerberg, giovane artista californiano, che ha tra i suoi soggetti preferiti delle seducenti ragazze, spesso di schiena, con indosso kimono moderni, meno ricchi e decorati forse di quelli antichi, ma che continuano a creare quell’atmosfera onirica e d’altri tempi, piena di eleganza e mistero.

Aaron Allen Westerberg, Kimono cremisi e oro, collezione privata

Aaron Allen Westerberg, Kimono cremisi e oro, collezione privata

Milena Mengozzi
Di: Milena Mengozzi

Mi sono laureata in Storia dell’arte a Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell’arte e nella moda occidentali. Mi interessa l’arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due mie grandi passioni, per questo motivo, appena mi è possibile, cerco di combinarle tra loro.