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L’Elogio della Luce di Bill Culbert

culbert_where are the other two_2013

Io non utilizzo la luce per far vedere la scultura. Lei è la scultura.” – Bill Culbert

Nel cuore della Drôme Provenzale, tra vigneti e campi di lavanda, sorge il castello medievale di Montélimar, una fortezza romanica dall’aspetto austero e massiccio, che dal 2000 è diventato un centro d’arte contemporanea, in grado di coniugare il rigore e la severità dei tempi antichi con l’imprevedibilità e l’estro dell’età contemporanea. Quest’estate si è voluto celebrare un artista proveniente dall’altra parte del mondo, la Nuova Zelanda, ma residente in Europa (tra il sud della Francia e Londra), che ama creare con la luce e giocare con l’ambiente in cui espone, adattando le sue opere al luogo, spesso molto lontano dalle perfette sale museali. È stato così alla Biennale di Venezia nel 2013, dove è stato invitato a rappresentare il suo paese natale e ha esposto i suoi lavori all’interno dell’Istituto Santa Maria della Pietà, ed è così negli spazi severi del palazzo francese, con le superfici di mattoni chiari, le logge aperte, le tracce di affreschi che affiorano sulle pareti.

Bill Culbert, Light Levels, Montélimar 2014

Bill Culbert, Light Levels, Montélimar 2014

L’altro elemento cardine nel lavoro di Bill Culbert è l’utilizzo di materiali di recupero, che perdono il loro aspetto dozzinale e sembrano tutt’altro che usciti da una discarica; nelle sue installazioni entrano flaconi e bottiglie di plastica, mobili di formica, porte scardinate, che costruiscono un ensemble inedito con tubi al neon e lampade di tipo industriale. L’immaterialità della luce, sfuggevole e sempre mutevole, si confronta con la tangibilità degli oggetti quotidiani, statici e rigidi. Questo connubio è evidente nell’installazione Flotsam Adhémar, dove flaconi di detersivi di vari colori sono adagiati sul pavimento e collegati a neon bianchi, che restituiscono una luce candida e pura e danno vita a un tappeto luminoso avvolto dall’oscurità.

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Flotsam Adhémar, 2013

Quello di Culbert però è anche un messaggio ecologista, che si focalizza sulle montagne di rifiuti che popolano i nostri mari che, sotto una illusoria superficie colorata e vivace, nascondono lo sfacelo del paesaggio del XXI secolo. All’interno della cappella sono collocate due suggestive installazioni, che dialogano con gli affreschi superstiti sulle pareti e le strutture architettoniche dell’edificio religioso; le sedie e i tavoli in formica di Drop richiamano gli anni cinquanta-sessanta, con quel loro aspetto essenziale e resistente, ma capovolgono la nostra prospettiva poiché sono sospesi per aria a testa in giù, attraversati dagli immancabili tubi al neon, che creano una scultura dalla forte valenza simbolica.

Drop (in alto) e Strait (in basso), 2013

Drop (in alto) e Strait (in basso), 2013

In HUT, made in Christchurch (2012), la protagonista è una capanna minimalista forgiata dalla luce, che richiama in qualche modo la cultura tradizionale maori, ma rievoca anche degli eventi tragici, ossia i devastanti terremoti che hanno distrutto la città di Christchurch negli ultimi anni. La sua collocazione al di sotto del catino absidale della chiesa non può non aumentare la suggestione dell’unione tra l’antico e il moderno. Nella loggia al primo piano alcune porte scardinate e appoggiate alle pareti accolgono al loro interno dei tubi luminescenti, che moltiplicano la luce nella sala, già rischiarata dall’accecante chiarore del sud della Francia (Light stoppages, 2001), mentre i flaconi vuoti del latte in Strait (2013) diventano trasparenti grazie alla lampada che li attraversa e rimandano ancora una volta alla terra d’origine dell’artista, grande esportatore di latte nel mondo. Infine Culbert torna a giocare con l’arredamento nell’opera Where are the other two (2013 – Immagine di Copertina), dove «i mobili trattengono la luce, la imprigionano, ma sembrano allo stesso tempo fragili in confronto alla potenza della luce che invade lo spazio» (Bill Culbert). Tavolini di varie forme e materiali occupano la stanza piuttosto buia del pianoterra, ma fungono quasi da semplici supporti per le fonti luminose, mai così brillanti e vere protagoniste dell’opera d’arte.

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HUT, Made in Christchurch, 2012

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Light Stoppages, 2001

Bill Culbert: Light Levels – Montélimar (Francia), Château des Adhémar – dal 5 luglio al 5 ottobre 2014 .

Milena Mengozzi
Di: Milena Mengozzi

Mi sono laureata in Storia dell’arte a Bologna con una tesi sul kimono giapponese e la sua influenza nell’arte e nella moda occidentali. Mi interessa l’arte di ogni periodo e genere, ma anche la moda e la musica sono due mie grandi passioni, per questo motivo, appena mi è possibile, cerco di combinarle tra loro.