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Un Quadrato Nero per un’Arte Nuova

1915, Quadrato nero su fondo bianco, Mosca

In Copertina: Quadrato nero su sfondo bianco, olio su tela, 1915, Leningrado

Kazimir Severinovič Malevič ha un ruolo fondamentale per l’arte del Novecento. Nato a Kiev nel 1878 e morto a Leningrado nel 1935. Dopo una fase neoprimitivista e una futurista, il suo percorso artistico di avanguardia si concentra sul titolo da lui stesso dato alla propria creazione: Suprematismo. Conia il termine basandosi sulla cultura religiosa ortodossa che aveva potuto apprendere dalla madre, in base a un termine in uso nella lingua polacca. Dal 1913 al 1915 si parla di Suprematismo Meccanico, e solo dopo di Suprematismo Cosmico. Il suo riferimento a forme di misticismo è sempre costante nella sua opera, e dimostra la sua dottrina secondo la quale la supremazia dei valori pittorici sorvola e scavalca qualsiasi contenuto. È un ulteriore evoluzione dell’astrattismo al quale si affiancava nei primi anni della carriera. La sua teoria è esposta nel 1920 nel saggio Il suprematismo, ovvero il mondo della non rappresentazione.

1920, Suprematismo, Londra Juda

Suprematismo, olio su tela, 1920, Londra

La sua opera più famosa ma senza dubbio anche più esemplare è Quadrato nero, del 1915 (foto di copertina). Il dipinto è esposto in una mostra temporanea a San Pietroburgo dal titolo Zero Dieci, in una sala completamente dedicata a questo artista. Andando contro le più moderne teorie del colore e della luce, Malevič sceglie il nero perché a suo parere è quella la tinta che contiene tutte le altre, come il quadrato è modulo per ogni altra costruzione. Nero e quadrato sono uno supremazia del colore e l’altro della forma. Una prova del suo riferimento alla religione ortodossa si dimostra anche nell’esposizione del ’15: Quadrato nero viene appeso dallo stesso artista in un angolo della stanza, con i lati fermati sulle due pareti che si incontrano, proprio come era uso appendere le famose Icone Ortodosse nelle case private. La sua è un’opera di concetto, di esaltazione delle forme primarie che scavallavano tutte le altre. Per Malevič la pittura potrebbe anche non esistere. Ma la sua è e rimane pittura, perché a differenza di una odierna campitura nera su sfondo bianco digitale, il quadro del russo è materia, che si dimostra nelle crettature formatesi nel tempo sul colore a olio. Le forme della natura per un’artista suprematista non hanno valore, tutto ciò che conta è la sensibilità trasmissibile.

«L’oggetto in sé non significa nulla. L’arte perviene col suprematismo all’espressione pura senza rappresentazione.»

1917, Bianco su bianco, MOMA NY

Quadrato bianco su sfondo bianco, olio su tela, 1918, New York

Il nero può essere trasformato in bianco e il quadrato in cerchio o rettangolo, ma queste rimangono forme essenziali della sua sensibilità alla forma. Dal 1917, Quadrato nero si carica di valori rivoluzionari fin quando l’artista non si rende conto della strumentalizzazione politica che sta subendo l’arte russa. Per questo, iniziò ad essere criticato per l’assenza nelle sue opere di una vocazione sociale. Così, le sue opere ci sono rimaste in gran numero sconosciute perché stipate nei depositi di San Pietroburgo, e per la difficoltà nella traduzione e raccolta di tutti i suoi scritti. Nel 1927 venne invitato in Germania per una mostra, e fu così che la sua opera fu conosciuta e studiata in Europa, dove fu sempre molto stimato. Appassionato anche di architettura, collaboratore della Bauhaus, alla fine della sua carriera tornerà curiosamente alla pittura figurativa.

Edi Guerzoni
Di: Edi Guerzoni

Sono nata nel 1993 a San Carlo Canavese, in provincia di Torino. Studio Beni Culturali Storico - Artistici all’ Università degli Studi di Torino. La passione per l’arte è qualcosa che può trasportare un carico enorme di conoscenza e senso critico, e la cosa migliore per combattere la mancanza di applicazione a questo studio nelle nostre scuole è farsi sentire. Il web è la piattaforma migliore per non scoraggiarsi e portare avanti un certo tipo di informazione. Come disse Salvatore Settis: "La storia dell’arte aiuta a vivere"