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William Utermöhlenè, storia e autoritratti dell’artista con l’Alzheimer

William_Utermohlen_Alzheimer_1999-2000

Ecco l’incredibile ed emozionante storia di William Utermöhlenè, pittore britannico al quale nel 1995 fu diagnosticato il morbo di Alzheimer.

E fino a qui direte: “Cosa c’è poi di così eclatantemente strano?”. Di strano -o meglio di eccezionale- c’è che come quasi tutti sanno, l’Alzheimer è una malattia che causa la progressiva perdita di memoria dell’individuo; così William, per non dimenticare nel tempo le linee distintive del suo volto, decise di generare una serie di autoritratti che, anno dopo anno, testimoniassero i suoi tratti facciali e il suo aspetto fisico.

Insomma l’artista si avvalse della pittura come mezzo per ricordare sé stesso, cosa che il graduale decadimento della sua mente gli impedì con il corso degli anni, prima che la morte prendesse il sopravvento, nel 2007.

1967

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2000

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Nei ritratti di William vediamo come dietro al suo aspetto non del tutto sano, si celi qualcosa di più forte e penetrante, che va oltre alla momentanea apparenza; infatti, come affermano le stesse parole di sua moglie Patricia“In queste immagini vediamo con straziante intensità gli sforzi di William di spiegare il suo sé alterato, le sue paure e la sua tristezza”.

Ed ecco perché, oltre alla drammaticità della malattia, il significato e l’espressività di questi dipinti siano così potenti.

Dipinti che all’inizio lo ritraggono come un giovane dall’aspetto tenuto e curato, progredendo con dei segni che definiscono parti anatomiche proporzionate ma al contempo con una leggera incoerenza nell’insieme. I contorni diventano tuttavia sempre più nervosi ed astratti, fino a divenire un ammasso di segni che compongono una forma indefinita: l’uomo infatti non ha più un volto, ma solo un grande cranio che sfuma nel nulla.

Anche i colori di conseguenza cambiano: fedeli all’aspetto emotivo dell’anima, prima sono di un nero concreto, passando poi da un giallo acceso ad infine un rosso inquietante.

A poco a poco il suo stato cognitivo degradava, la sua percezione visiva e spaziale non era più la stessa.

La malattia mentale, quindi, si avverte pesantemente sulla tela: qualcosa stava accaden­do a quell’uomo, qualcosa di drammatico ed egli se ne stava accorgendo: l’artista, mes­so di fronte alle sue stesse opere, sapeva che c’era qualcosa che non andava, ma non riusciva a dire cosa fosse; si concen­trava su se stesso, si studiava, cercava la soluzione.

Alla perdita delle capacità si associava quella dell’identità.

E’ quindi difficile stabilire se i cambiamenti nei suoi ritratti siano dovuti alla perdita delle sue facoltà artistiche o di quelle psichiche, ma, in entrambi i casi, documentano il tumulto emotivo di un artista che vede la sua mente abbandonarlo poco a poco.

Ma in fondo l’artista era stato fortunato, perché nello svilupparsi della demenza aveva mantenuto il desiderio e il bisogno di dipingere. Quel bisogno inconscio che è in simbiosi con l’artista, e che egli ne fa uso per cercare, trovare e ricostruire la propria identità, bisogno essenziale che ogni essere vivente nutre.

Deborah Barbazza
Di: Deborah Barbazza

Nata a Mestre nel settembre 1993, mi sono appassionata da subito al mondo del Disegno e dell’Illustrazione, interessi che ho approfondito frequentando dapprima il Liceo Artistico e, attualmente, l’Accademia di Arti Figurative e Digitali Padova Comics, con specializzazione in Illustrazione. Nonostante il diploma in Grafica Pubblicitaria, adoro il Disegno a Mano Libera e sto sviluppando un forte legame verso delle tecniche che ho conosciuto e sperimentato da poco: l’Acrilico e l’Acquerello. Ho scelto di entrare a far parte di FineArtsMag perché credo in questo progetto e penso che possa essere uno spazio importante per aiutare ad accrescere l'interesse verso lo splendido mondo dell'Arte, conosciuto sì, ma non ancora abbastanza!